giovedì 21 maggio 2015

Pensieri sui binari

Sono sul treno, torno a casa dal lavoro e osservo tutti gli altri viaggiatori. Pensavo che avrei voluto scrivere da casa, dal mio fidato pc Malto, ma è proprio ora il momento giusto, anche se sarà uno dei miei post senza punti e a capo, senza immagini... Sto pensando a quanto sia bello il sorriso di una persona che siede di fronte a te e guarda le foto dei figli o del proprio compagno. Penso a quanto siano confortanti e intime e indecifrabili le braccia non familiari di qualcuno che ti stringe, così, senza troppe esitazioni. Penso a quanto disperato a volte sia il bisogno di parlare con qualcuno, anche solo del tempo o di banalità rassicuranti. A come inaspettatamente la vita ti presti un conforto che magari dura pochi giorni e poi scappa e ti lascia un po' inebedito. Penso a quante ore passo sui treni e sugli autobus e a come dovrei sembrare da fuori, se i miei pensieri siano visibili come un'appendice o un bagaglio, così fisicamente presenti e pressanti come li sento io. A cosa vedono gli altri nei miei "occhi grandi da bambina", come li hanno chiamati ieri, e se anche a loro sembrano quegli abissi densi come di catrame in cui inevitabilmente si impantanano i miei pensieri e restano lì immobili e frustrati alla portata di tutti. Penso che a volte certi momenti sono troppo brevi o arrivano troppo tardi e che invece i viaggi sul treno sembrano durare sempre più di quanto tu sei pronto ad accettare. Perché certi pensieri corrono più veloce di loro.

domenica 17 maggio 2015

Briciole di felicità

Quando ho iniziato questo lavoro non avevo idea di quello che mi avrebbe aspettato. Non solo perché non avevo mai insegnato ad un gruppo di bambini, ma anche perché non si trattava più di fare ripetizioni una volta a settimana e arrivederci e grazie. Ci sono di mezzo moltissime responsabilità, il sapersi rapportare a tanti tipi di genitori diversi, apprensivi, lungimiranti, affettuosi, lassisti, ma soprattutto saper essere una buona insegnante ed anche un buon esempio.
Questi bambini passano la loro giornata tra i banchi di scuola, vedono sempre le stesse maestre, fanno le cose quasi meccanicamente (prendi la scheda, tagliala, incollala e colorala) e vivono in un piccolo paesino. E in un piccolo paese è difficile abituare i propri figli a guardare "fuori" dalla realtà che vivono, ad informarsi, ad interessarsi a qualcosa che non è offerto da quel piccolo nucleo abitativo di tot abitandi. E giorno per giorno mi sono resa conto che la responsabilità più grande che ho non è assicurarmi che scendano le scale senza farsi male, che tutti i genitori li vengano a prendere, che non percepiscano il mio dissenso verso la loro maestra di inglese che ha fatto un lavoro pessimo (fanno fatica a distinguere singolare e plurare o a ricordare il verbo essere e distinguere i pronomi personali).
La mia più grande responsabilità è quella di introdurli non solo ad una lingua, ma ad una cultura diversa, nuova. Il mio compito è quello di fargli capire che fuori dal loro paesino c'è altro, molto altro. Che possono diventare internazionali.
Il tutto è nato da una domanda che mi ha lasciato un po' perplessa. Quando ho detto loro che studio anche il tedesco, oltre che all'inglese, uno di loro, G., 10 anni, mi ha chiesto se esistessero libri scritti solo in inglese o in tedesco, come noi abbiamo quelli scritti in italiano.
Ecco, io mi sono chiesta perché mi avesse fatto una domanda così. Possibile che la loro maestra, dopo due anni che fanno inglese, non gli abbia mai fatto leggere un libro per bambini in inglese? E così, da quel giorno, ho cominciato a fare caso al loro feedback su alcuni argomenti, e mi sono resa conto che non conoscevano (tra le tante cose puramente grammaticali e non) le tradizioni pasquali inglesi (l'Easter Rabbit? E chi è?), né le tipiche canzoncine che insegnano a tutti i bambini inglesi della loro età, né la storia di Santa Claus. Forse io ebbi una maestra diversa, ma ricordo che alla loro età sapevo già un mucchio di cose sulla cultura inglese.
E quindi ho deciso che oltre il mio doveroso programma ai fini dell'esame, avrei provato a spiegare loro il più possibile su quello che stanno imparando, al di là della grammatica. Ho parlato loro dell'Easter Rabbit, della regina Elizabeth, del fish&chips, anche di Shakespeare e, più in generale, di cosa può significare vivere la lingua inglese, non solo impararla. E per alcuni è diventata la parte più bella della lezione, tanto che mi dicono di voler diventare insegnanti di inglese anche loro, di voler fare l'università. Si può dire che forse li ho ispirati un pochino? Non so se è passeggero, ma sono felice così.
All'inizio avevo paura che non ce l'avrei mai fatta. Mi chiedevano di andare in bagno in inglese, un po' balbettando, e io cinguettavo 'Yes', pregando che tornassero indietro sani e salvi. Parlavo con i genitori e vedevo che alcuni mi osservavano come se fossi troppo giovane persino per essere presa sul serio mentre davo loro del lei. E se qualche bambino aveva difficoltà dovevo farmi coraggio e parlarne a quattr'occhi con il genitore di turno, che spesso si profondeva in giustificazioni, adducendo i mille impegni del figlio, campione regionale di sport, primo flauto della banda, devoto prossimo alla comunione. Poi c'erano i bimbi con cui avevo più difficoltà: uno, G., che mi trattava con sufficienza e non mi sorrideva mai. Sembrava fosse sempre arrabiato con me, per intenderci. Eppure già da due lezioni il nostro rapporto è cambiato. Io non tento più di guadagnarmi la sua fiducia e lui sembra molto più felice di vedermi. Sorride molto di più e sembra sempre contento di venire interrogato. Mi ha persino disegnato un bel pinguino, quando ho chiesto a tutti di disegnare il loro animale preferito. Ho pensato che fosse un buon modo di conoscerci meglio e di osservare il loro modo di vedere il mondo. Dai disegni dei bambini si capiscono molte cose. In particolare, L., il più timido e silenzioso di tutti, ha disegnato un pappagallo meraviglioso. Non ho mai visto un bambino disegnare così. Era del tutto realistico, proporzionato. Ma ho notato che sotto i colori tratteggiati tenui e molto sfumati, c'era una cancellatura. L. aveva disegnato il pappagallo prima con le ali aperte, ma poi ci ha ripensato e lo ha fatto con le ali chiuse. E credo che siamo molto significativo.
Ecco, io vorrei insegnare a questi 25 bambini ad aprire le ali della mente e imparare a viaggiare con i pensieri, così da poter viaggiare fisicamente un giorno ed accettare a cuore e mente aperta tutto quello che le altre culture hanno loro da insegnare. Oltre i confini del rassicurante.

domenica 10 maggio 2015

Buona Festa della Mamma!

Oggi ho passato molto tempo con la mia mamma.
Noi due ci amiamo moltissimo, ma discutiamo altrettanto. Forse perché abbiamo entrambe un bel caratterino, come dice papà, forse perché non posso proprio dire di essere tutta mia madre, anzi, il contrario. Però di aspetto sì, eccome, e mi diverto a guardare quei segni comuni, che sono poi uguali in tutte le donne della mia famiglia, come se ci avessero fatte con lo stampino. Io e mamma abbiamo le stesse guance piene, le stesse sopracciglia lunghe, gli stessi occhi a mandorla, per non parlare di quei riccioli appena accennati che nelle foto di famiglia ci fanno assomigliare ad I Cugini di Campagna.
Mi ricordo che da piccola ero fiera della mia mamma, dei suoi capelli rosso fuoco, della sua voce d'usignolo e del fatto che fosse una cantante. Mi vantavo del suo talento artistico, di quello che pazientemente, oltre al naso, agli occhi e ai capelli, mi aveva trasmesso, come l'amore per la musica ed il canto, per l'arte e per la pittura, per l'artigianato e la cucina. Ero felice che lei fosse come la vedevo, forte, indipendente e battagliera.
Ora il nostro rapporto è diverso, io sono una donna, e lei mi tratta da tale. Mi confida i suoi problemi con papà, le sue insicurezze, le preoccupazioni giornaliere, e io la vedo per quella che è in realtà. Non più Wonder Woman, ma una donna fragile, che ha sofferto tanto, e che lotta tutti i giorni per non farsi soffocare dalla situazione poco serena in cui viviamo. Ed ho capito che una mamma non è esente dall'avere bisogno di aiuto, e che molto spesso l'unico aiuto siamo noi
figli, che diventiamo i genitori della situazione. Non sempre è facile invertire i ruoli, soprattutto quando tu per primo senti di aver ancora molto bisogno della tua mamma.
Però spesso lei è di nuovo lì, la supereroina torna, con i suoi scoppi di buon umore, in cui ci facciamo il solletico o giochiamo a nascondino con il nostro cane, o inventando ricette gustosissime anche se andrebbe fatta la spesa, oppure con le serie tv di cui non ci perdiamo una puntata, o con l'entusiasmo con cui racconta di me e della mia vita al resto della famiglia.
E penso che in questo sì, sono tutta mia madre, perché mi ha insegnato che anche tra le nuvole si trovano raggi di sole e che bisogna solo aspettare che ci illuminino il viso per goderne, anche se per poco.
Auguri mamma, ti amo.

lunedì 4 maggio 2015

Occorre tanto


Occorre tanto per conoscere davvero qualcuno.
La pazienza, perché molte persone non rivelano tutto e subito di sé. Anzi. Molto spesso si incontra gente che è un po' come Pollicino, che vive la sua vita lasciando per terra mollichine di pane, affinché tu, prima o poi, decidi di seguirle. Le briciole però sono piccole, non ti saziano mai, e ti lasciano sempre desideroso di arrivare alla tavola imbandita. Queste persone-pollicine non dovrebbero essere mai giudicate, almeno finché non arrivi al dessert, e ti capita quello alla frutta, mentre a te piace il cioccolato. O quanto meno puoi dire la tua quando loro, timidamente, ti hanno detto tutto tutto, guardandoti da sotto le ciglia e sbirciandoti in attesa di una risposta.
Poi ci vuole voglia, perché senza la voglia di conoscere non esiste alcun percorso. Ulisse viaggiava perché era affamato di conoscenza. Ecco, bisognerebbe essere un po' come lui, ma attenti a non divorare chi ci è di fronte. Soprattutto c'è bisogno di essere disposti ad accettare quello che l'altro ci dà e ad aver voglia di condividere quel che è nostro.
C'è bisogno di tempo, che sembra non bastare mai, ma che è l'unica dimensione attraverso la quale il percorso si snoda e si complica. Tempo per ascoltare, per dire, per sorridere, per ricordarsi che, anche se in balia della corrente, se facciamo un paio di bracciate in più, ci ritroviamo in compagnia, per ricordarsi che non ci siamo solo noi, ma anche gli altri, che aspettano una nostra parola, e tempo per crescere e invecchiare un po' insieme.
Serve la capacità di indossare la sua pelle di tanto in tanto. Di solito siamo così stupidamente convinti di avere l'esclusiva del dolore, della gioia, delle preoccupazioni, della vita, in generale. Eppure bisognerebbe chiedersi come sarebbe infilarsi nella pelle e nelle emozioni di chi ci vive accanto. 
Per conoscere un uomo devi capire il saggio, il bambino imbronciato, l'adolescente scapestrato, l'amante insaziabile. Per conoscere una donna ricordarti la bambina vestita da principessa, la madre premurosa, l'amica indecisa, la ragazza innamorata. Conosci qualcuno anche attraverso il modo in cui vede il mondo. Come io leggo i vostri blog e guardo il mondo filtrato dai vostri occhi. 
Lo conosci davvero quando ti soprendi con lui di ciò che lo soprende, quando capisci perché ama ciò che ama e odia ciò che odia, quando, se chiudi gli occhi, sai di che colore vede il mondo, nonostante tu lo vedi di una sfumatura diversa. Io vivo il mondo tinto di verde, di blu e di arancio, e voi?
E poi occorre tanta lungimiranza. Capire ed accettare se quel qualcuno ci cambierà la vita, in bene e in male, se potrà arricchirci, rubarci qualcosa, che sia il cuore, la mente o il tempo, o se in tasca ha quel pezzo di puzzle mancante che potrebbe combaciare con quello che hai tu, anche solo per un momento.
Ma più di ogni altra cosa, per conoscere davvero chi ti è vicino occorre che tu conosca te stesso. Altrimenti, a forza di essere oscuri a noi stessi, si è oscuri anche agli altri.


martedì 28 aprile 2015

Money on my mind

Tutti chiamano a casa per sapere di me. Mamma mi fa le coccole. Papà che mi compra il gelato.
Niente.
L'influenza doveva arrivare prima o poi. 
E ha avuto un tempismo del piffero, davvero.
La settimana scorsa ho saltato il lavoro. 
Chissà le mie bestioline anglofile come se la caveranno all'esame? Ogni tanto mi prende il panico. E se li bocciano? E se si bloccano? 
Forse mamma e papà dovevano farmi con una faccia più alla Xena, di quelle che ti gelano e ti ispirano timore reverenziale, così si sarebbero abituati subito ad avere a che fare con qualcuno un po' meno somigliante ad Heidi. 
Invece i bambini mi dicono che devo vestirmi sempre "elegante", perché, un giorno che ho messo la felpa con Minnie disegnata sopra, all'uscita non riuscivano più a distinguermi tra tutti i bambini. 
Adesso che ho tagliato i capelli, effettivamente, sembro ancora più piccola. Ah, non ve lo avevo detto, ho 5 m di capelli in meno! Ho optato per un caschetto corto e detto addio ai chilometrici boccoli: mamma ha quasi avuto un colpo, e Gnappetta e Gigante scommettevano che non ne avrei avuto il coraggio. E invece li ho fregati, tiè!
Discorsi tricologici a parte, questo periodo è stato di grandi spese. Necessarie, ma non giuste.
Ho sempre avuto la possibilità di studiare tranquilla grazie ai finanziamenti delle borse di studio, mentre per il trasporto pubblico c'è sempre stata l'opzione delle agevolazioni tariffarie per reddito, destinate a chi non avesse superato i trent'anni.
Ecco, per due anni la cosa ha funzionato al meglio. Invece, quest'anno, hanno esteso le agevolazioni a tutti quelli che hanno un reddito fino a 23.000 euro, abbassando la riduzione massima al solo 50% (mentre gli anni passati io raggiungevo il 90%) . Sostanzialmente, si ha una riduzione del 30% se si è sotto i 23mila; poi, se si è sotto i 10mila ci si aggiunge un 20%.
Ora, parliamone. Per una famiglia come la mia, che è di molto sotto i 10mila, pagare l'abbonamento annuale 350euro, quando per due anni lo si è sempre pagato 68, è un po' uno scherzo di cattivo gusto. Soprattutto perché si mettono quasi sullo stesso piano famiglie che raggiungono più di 20mila euro l'anno (che, a mio modesto parere, cominciano ad essere più che abbastanza per sostenere determinate spese) con altre per cui 350 euro sono una mattonata in testa. Inoltre, data la celere, industriosa laboriosità degli uffici CAF ed Inps italiani, la mia richiesta ISEE (necessaria a fare richiesta) è stata elaborata in quasi 30 gg lavorativi. Aggiungendoci l'attesa per la conferma da parte della Regione, con la quale posso acquistare l'abbonamento... Praticamente ho speso 110 euro per l'abbonamento mensile di aprile, senza il quale sarei stata una viaggiatrice morosa (ironico, poi, pagare un servizio pressocché inesistente, con mezzi datati in cui piove dentro e che si incendiano un giorno sì e l'altro pure). Totale? 
Quando finalmente acquisterò l'abbonamento, l'avrò comunque pagato quasi per intero.
E io mi chiedo: ma dove sta il mio diritto allo studio? E dove stanno qui le agevolazioni finanziarie? 

domenica 19 aprile 2015

M'ama, non m'ama?

La settimana scorsa ero in autobus e viaggiavo verso l'università. Di solito, appena mi siedo (se non viaggio in piedi), mi infilo le cuffiette nelle orecchie e vado in trance per la restante oretta e mezzo di viaggio. Invece, quel giorno, mi sono ritrovata accanto una vecchia conoscenza e non ho potuto fare a meno di aprirmi ad una chiacchierata di quelle che ti aggiorni su cosa ti sei perso negli ultimi quattro o cinque anni. E' stato buffo ritrovarsi: nella sua vita non è cambiato quasi nulla a detta sua (era un vertice di un triangolo amoroso ed ora è sempre un vertice, ma sono cambiati gli altri due), mentre ci siamo fatte una risata su come la mia sia cambiata. Sostanzialmente lei considera i cambiamenti sulla base di quanti uomini hai frequentato/cambiato. Se non la conoscessi così bene, mi sarei quasi offesa al suo "Certo che ne hai cambiati eh!", ma so che il suo filtro bocca/cervello è di un tipo che producono su Marte e quindi a noi terrestri risulta un po' estraneo.
Al che, nel viaggio di ritorno, ho fatto una specie di micro bilancio sentimentale e mi sono accorta che, effettivamente, la lista delle disgrazie era piuttosto variegata. Di seguito vi riassumo:
-Harry Potter, il mio primo ragazzo, è diventato leggenda. In tre mesi, non provò mai a tenermi per mano o a baciarmi, benché da parte mia non avrebbe incontrato alcuna resistenza. A dirla tutta, a 14 anni vivevo ancora nel mondo delle favole, per me era assolutamente normale che non lo facesse. Dopo che ci "lasciammo", le mie amiche mi fecero notare che non ci eravamo mai baciati e io, per tutta risposta, dissi: "Ah, è vero!".
-Michael Douglas in Attrazione Fatale: a 16 anni incontro tramite amici comuni questo ragazzo. Ci frequentiamo per un bel po', finché io non mi decido a dirgli che no, non eravamo solo amici. All'epoca ero molto meno Biancaneve che balla con i coniglietti e i cerbiatti, ma tra un libro e una serata al pub, io preferivo sempre un bel libro. Insomma, dopo qualche mese, inizio a notare che lui è un po' strano: si assenta per lunghi periodi con la scusa del lavoro (il papà aveva un'azienda e lui dava una mano) e ci vediamo sempre meno. Finché un giorno non lo incontro con un'altra ragazza: tanto ero piccola e castana io, tanto era alta e bionda lei, tanto io ero jeans e maglietta, tanto lei portava addosso un'intera savana. Ovviamente nemmeno lei, per quanto frivola e amante dell'animalier, sapeva di me. Credo che lui abbia ancora il tatuaggio delle mie cinque dita stampate sulla faccia. E, dall'occhiata che gli ha lanciato lei, credo che sull'altra guancia ci siano le sue.
-L'indeciso: avevo 18 anni. Per lui l'amore era come giocare insieme al Superenalotto e a Cluedo. L'ho conosciuto che ogni sera aveva una ragazza con cui uscire. Il fatto che uscivamo insieme mi rendeva di fatto uno dei 90 numeri, ma io gli dissi che non volevo essere amica (perché di fatto non ero la sua ragazza) di uno che mostrava così poco rispetto per le donne (per non rinunciare ad uscire con una delle due, costrinse me ed un'altra alla reciproca compagnia).
Alla fine, convertito sulla via per Damasco, restrinse la scelta tra me e lei. Come quando giochi a Cluedo, e per trovare il colpevole vai per esclusione. Il fatto che fossi al ballottaggio non mi sfiorò per niente, perché lui faceva in modo di nascondermi la sua esistenza, mentre con lei, a quanto pare, si sbrodolò, tra una notte insieme e l'altra, nell'elogio della mia intelligenza e la sua penosa situazione. Quando si rese conto che lei non voleva alcun impegno, scelse me. Tutto questo l'ho saputo dopo un anno che stavamo insieme e, quando mi confessò che avevano continuato a sentirsi e vedersi di tanto in tanto, decisi che bisognava finirla lì.
-TipoX: di quanto sopra citato, si approfittò il miglior amico dell'indeciso. Ebbene sì. Sono stata la "donna del mio amico". Tornassi indietro non farei mai più quella scelta. I due anni con TipoX collimano con il periodo più incocludente della mia vita. Non solo perché in quel momento di crisi pensavo che lui fosse la scelta migliore per me, ma perché, una volta passato, mi accorsi di quanto male assortiti fossimo. TipoX non aveva ambizioni, viveva alla giornata, e non aveva il minimo interesse e rispetto per quello di cui mi interessavo io. Una volta gli chiesi di ascoltarmi ripetere per il primo esame all'università. Dopo cinque minuti parlavo con una sedia vuota. Ecco, TipoX era una sedia vuota, letteralmente. L'unica cosa buona che mi ha lasciato è stata la voglia di partire per l'Erasmus, dopo averlo lasciato.
-Poi è arrivato lui, Tegolino, proprio quando avevo deciso di essere in silenzio stampa nei confronti dell'altro sesso. Proprio dopo aver superato la batosta di TipoX e per il mio amico americano, che sognavo di raggiungere in Montana (ehi, lo so che cosa pensate: ma allora anche G ha fatto follie?!). Proprio dopo aver deciso di partire per l'Erasmus per lasciarsi tutto alle spalle. Proprio quando ne avevo bisogno. O quanto meno, proprio quando avevo bisogno di un grande amico prima e poi di un amico di cui innamorarsi.

Godetevi questa traccia di Bon Iver (l'intero album è meraviglioso) e buona serata/giornata a tutti voi!
Un abbraccio dalla vostra soap-opera vivente, G.

mercoledì 15 aprile 2015

Montagne russe

Momento. Momento. Momento.

Mooooomento.
 
Chiedo umilmente perdono. Giuro che non vi ho dimenticati, anzi. Mi sono sentita in colpissima.
Vi riassumo in tre punti gli ultimi giorni:
  1. nel giro di una settimana ho provato le stesse sensazioni di quando si va sulle montagne russe. Vi spiego. La mia relatrice mi ha girato un'opportunità di PhD finanziato (ben 1,800 pippi al mese + alloggio) all'università di Montpellier. Benissimo, ero pronta. Già ero lì, in Costa Azzurra a fare ricerche sui problemi di attribuzione del canone shakespeariano. Ero carica come un gallo da combattimento. Per la selezione occorreva scrivere una tesina di 3,000 parole sulla propria proposta di ricerca. La relatrice, che da oggi chiameremo LaProf (premettiamo che io la adoro, sono innamorata -in modo del tutto platonico- di lei e del suo cervello), mi ha appioppato un librone di 400 pagine da leggere in dieci giorni, prima della scadenza, per partorire una qualsiasi idea che potesse funzionare. Ok. Niente panico. Poi, il dubbio. Potrò partecipare anche se la mia laurea è prevista fra un anno? LaProf mi dice che in Inghilterra solitamente è possibile, perché la tesi magistrale confluisce per un anno nel dottorato, che poi continua e sviluppa ulteriormente il tema della tesi. Occorre inviare una mail per una conferma da Montpellier. Nell'attesa del nulla osta, inizio a leggere. Macino pagine su pagine come un panzer che va ad anabolizzanti. Ho mille idee, mille proposte, inizio la tesina, incapace di trattenermi, e penso che con quei 1,800 al mese potrei aiutare i miei anche se lontana, e che prenderei al mese più di quanto prendo qui facendo tre lavori insieme. E ieri sera, appena messami a letto, controllo le mail. Ed era lì, la risposta. Negativo, niente Montpellier, niente PhD in Costa Azzurra e niente 1,800 pippi per fare quello che amo di più. Quindi dopo la salita, eccola lì, la discesa con il grido liberatorio. Quando la corsa è finita, un po' ci sono rimasta. L'ho presa un po' male, ma oggi parlare con LaProf mi ha tirato un po' su il morale e mi ha assicurato che ci saranno altre occasioni, e anche io ne sono convinta. O almeno lo spero.
  2. Siamo ad un momento clou dell'anno accademico. Ieri ho avuto un esonero di 6 cfu, una roba monumentale che mi ha lasciata devastata. Nel mentre, ho iniziato un progetto sull'e-learning per il corso di Glottodidattica. Il progetto è in gruppo. E fin qui tutto bene. Ma come tutti i lavori in gruppo, è destinato a stracciarti i nervi: siamo in quattro, di cui un latitante, uno che sembra la reincarnazione di Willy Wonka e una ragazza, napoletana doc, che è il mio unico conforto e la mia unica spalla.
  3. Ho trovato un altro lavoro. Non è chissà che, ma aiuta a mettere qualcosina da parte e a portare un pezzetto della famosa pagnotta a casa. Qualcuno oggi mi ha chiesto se mi pesi fare questa vita un po' in corsa, se non penso mai che sia ingiusto, ma io di solito scrollo le spalle e dico di no. In fondo perché dovrebbe pesarmi? Sapere di aiutare mio papà e mia mamma cancella qualsiasi sforzo. Anzi, mi dispiace solo che a volte torno a casa e sono talmente stanca da non riuscire a passare più tempo con loro. Avete presente quando si dice "vivere vite separate"? Ecco, a volte mi sembra di vivere separata dalle persone che mi vogliono bene. Ogni tanto mi sento in colpa verso Tegolino e verso i miei, ma spero di riuscire a trovare presto il giusto equilibrio. Quindi, insomma, non vi meravigliate che ogni tanto sparisco. Mi sono sentita in colpa anche per questo, giuro!  
 Per rimediare, vi lascio un saluto, e giuro solennemente di postare a breve un post che avevo in bozza, ma che pubblicare dopo tanto silenzio non aveva granché senso (è come se dopo anni che non parli più con una persona te ne esci dicendo "sai che ho scoperto di avere il colesterolo alto?").

Un abbraccio forte a tutti!